Zappatura, potatura, cure antiparassitarie
Il terreno ai piedi delle viti doveva essere vangato e zappato almeno due volte nel periodo da Marzo ad Agosto, per renderlo più soffice e per togliere le erbe nocive che, crescendo alla base della pianta, potevano soffocarne le radici (“fughêr la vida“).
La potatura si effettuava nei mesi invernali dividendo il podere in due parti ed eseguendo il taglio dei tralci più vecchi ad anni alterni.
Solitamente la carraia centrale (al caradòun) divideva il gruppo delle viti potate (pōda), dall’altra parte (frasca).
Erano necessari una scala a tre piedi (scalètt), le forbici da vite (fôrbis da vida), il roncolo (pudàj), il manarese (marâs) ed anche un saracco (sghîn). Se nei campi c’era molta neve ai piedi si mettevano speciali scarpe per non sprofondare (casèti).
Intorno al 1880 si diffusero rapidamente due malattie della vite provenienti dall’America: l’Oidio e la Peronospora. I tecnici e gli agronomi invitarono subito all’uso degli antiparassitari: per l’oidio si iniziò a cospargere zolfo in polvere con rudimentali soffietti (sufiètt), per la peronospora si usò la “poltiglia bordolese” composta da solfato di rame e idrato di calce sciolto in acqua (aqua). Prima del 1900 veniva spruzzata con una scopetta di saggina che si bagnava in un secchio, si passò poi a pompe a spalla (pumpa a spàla) a botticelle munite di ruote (carióla da dêr l’aqua) e al carro botte (bòta da l’aqua). Il recipiente trainato dai buoi rimaneva nella carraia e, con una lunga gomma fissata alla pompa, si raggiungevano le parti più lontane del campo; la lancia era tenuta da una donna mentre il compito più faticoso di pompare e “tirare” la gomma era affidato ad un uomo.
