Raccolta e pigiatura
Da metà Settembre a fine Ottobre tutta la famiglia contadina era impegnata nella vendemmia. Gli attrezzi usati erano: cesti di vimini (cavâgn), lunghe scale (scheli) o scale più piccole a tre piedi (scalètt) ed alcuni piccoli attrezzi da taglio quali forbici (forbis), roncole (rampèiní) o ditali taglienti (óngi).
L’uva si riversava dai cesti in una grande vasca (navàsa) portata nei campi su di un carro. Ogni famiglia era attrezzata per produrre il vino in casa. La pigiatura avveniva tutte le sere, dopo cena, a tre o quattro giorni dalla raccolta. Le donne e i ragazzi pigiavano a piedi nudi direttamente dentro la navasa e gli uomini si occupavano dei mastelli e del travaso del mosto.
Con la nascita delle cantine che acquistavano l’uva e vinificavano direttamente, i contadini continuarono a lavorare solo l’uva necessaria per l’uso familiare. La navàsa, divenuta un mezzo scomodo, fu sostituita da grossi cesti in salice (sestòun) e la pigiatura si svolgeva nella mustadóra o mustaróla: vasca rettangolare posta su cavalletti in cui potevano entrare fino a tre persone. Il mosto si raccoglieva in un mastello ovale (sòja), dove coi piedi venivano spinti anche i graspi.
Dalla sòja, con un attingitoio dal lungo manico (mesclòun), il mosto veniva trasferito in un mastello (sòj) che due uomini, salendo una pedana a tre gradini (scalòun), versavano nel tino (tina o tinàs), dove avveniva la prima fermentazione.
Dal 1915 circa entrò in uso, per piccole quantità di uva, una pigiatrice a rullo (garòla).
