Travasi, filtraggi e imbottigliamento

Il vino nelle botti continuava a fermentare e deponeva sul fondo la feccia (fèss); era necessario liberarlo dalle scorie tramite i travasi. Si effettuavano da fine Dicembre a Febbraio, in giornate di sole senza vento e sempre in luna calante, passando il vino da una botte all’altra e avendo cura che il fondo rimanesse nella prima. Si utilizzavano gli stessi attrezzi usati per la svinatura: il mastello (sòj), l’attingitoio (mesclòun) e l’imbuto (lòdra).

Questo lavoro lungo e faticoso si semplificò molto con l’introduzione, alla fine del XIX secolo, di pompe azionate a mano (pumpa da vèin), munite di lunghi tubi di gomma, che aspiravano il vino dai mastelli o dalle botti e lo travasavano direttamente.

Il vino da pasto si lasciava nella botte e si spillava all’occorrenza. S’imbottigliava solo il vino migliore insieme ad una piccola quantità di vino bianco per offrirli a parenti ed amici nelle grandi occasioni.

Il vino conservato in bottiglia veniva filtrato versandolo all’interno di sacchetti in tela di lino a forma conica (fîlter) appesi ad un’impalcatura di fortuna. Si iniziava prima che terminasse la vendemmia o subito dopo, e una volta filtrato si conservava in damigiana fino all’imbottigliamento.  Nella settimana prima di Pasqua s’imbottigliava utilizzando bottiglie di vetro scuro e tappi di sughero che, prima di essere inseriti con tappatrici (machinèta dal butègli o tapadōra) spesso costruite dal contadino, si ammorbidivano con olio buono.

Con una certa quantità di vinacce e con l’aggiunta d’acqua in adeguate proporzioni si preparavano vinelli destinati al consumo famigliare, che non erano oggetto di divisione col padrone.

Nella nostra zona il più diffuso era il “puntalòun“.

Si ricavava aggiungendo alle vinacce lasciate nel tino un cesto o due di uva fogarina non pigiata che veniva pressata sotto assi con un puntale in legno fissato alle travi del soffitto, da cui il nome puntalòun.

Ne risultava un vinello di colore rosa, un po’ frizzante che si spillava direttamente dal tino mantenendo sempre il livello dell’acqua sopra le vinacce. Il puntalòun durava, senza inacidire, fino a Pasqua. Con le qualità di uva considerate di scarto e quindi non commerciabili i nostri contadini ottenevano un altro vino poco alcolico da bere nei mesi invernali, chiamato “vèin sopè”.

Cantina, Foto Mauro Zanfi, 1984 (AFM1407)
Cantina, Foto Mauro Zanfi, 1984 (AFM1405)
Cantina, Foto Mauro Zanfi, 1984 (AFM1408)
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