Il truciolo
Non si conosce la prima origine della lavorazione del truciolo a San Martino in Rio, ma una cosa è certa: essa è nata per opera di qualche carpigiano o abitante dei paesi vicini al Po, giunto fino al nostro paese in cerca di manodopera per la confezione della “treccia di paglia”.
La lavorazione del truciolo fu importante per l’economia locale: la treccia rappresentava, per le donne e i ragazzi dei braccianti, ma anche per qualche contadina, un modo per guadagnare denari per il pane, il vino e l’affitto. Nei periodi di scarso lavoro tutta la famiglia, anche gli uomini e i bambini, era intenta a strappare nell’arco della giornata un po’ di tempo ai lavori domestici e alle altre attività per confezionare trecce. Con l’aumento del lavoro il trasporto delle paglie da Carpi e la restituzione delle trecce confezionate occupavano sempre più tempo, nacquero così le partitanti, cioè donne che si impegnavano con il datore di lavoro al prelievo, alla distribuzione della materia prima e al ritiro e riconsegna, a Carpi, della treccia finita.
Si diffusero le stufe cioè camere riscaldate che le partitanti mettevano a disposizione delle lavoratrici nelle giornate piovose o fredde. Famose in paese furono le stufe della Battini Carmelina e della Zini Teresina in Vecchi, le quali per anni non vissero d’altro. Le partitanti coi tempo riuscirono anche a produrre la paglia e vennero introdotti i primi torni per arrotondare il tronco di salice e la pialletta per tagliare le paglie. Alcune anche se furono eccezioni, dettero vita anche a piccoli laboratori nei quali si confezionavano i cappelli. Con lo sviluppo del truciolo prese impulso a San Martino in Rio la costruzione delle macchinette per lisciare la treccia, poi esportate nel carpigiano.
Materia prima
La materia prima della lavorazione del truciolo è il salice che cresce agevolmente sui terreni alluvionali. Oltre al salice, dei quale venivano utilizzati i rami, si ricorreva al pioppo dal cui tronco si estraeva la paglia per le trecce di qualità più scadente. Accanto al pioppo venivano utilizzati, come surrogati dei salice, la salicina e la tavernella.
Compravendita delle materie prime
Generalmente venivano acquistati pali della lunghezza di 3-4 metri; solo la metà di essi veniva effettivamente utilizzata e divisa in pezzi di 38-45 cm. Ogni palo dava dunque normalmente 3-4 pezzi utili. I contratti avvenivano in estate sul luogo di produzione. I pali acquistati venivano tagliati e rimanevano, per tutta l’estate successiva, interrati per conservare quell’umidità vegetale necessaria per la lavorazione.
Produzione della paglia
Per il taglio della paglia veniva usato, fin dal XVI secolo, uno speciale strumento, detto alpa, che consisteva in un appoggio sul quale l’operaio faceva ruotare con la sinistra il pezzo di palo, mentre con la destra tagliava la paglia. Questo lavoro era riservato esclusivamente a manodopera maschile.
Agli inizi dell’800 venne introdotta una macchina che consentiva di ricavare la paglia con maggiore automazione: il palo veniva fissato su un supporto molleggiato che lo riconduceva automaticamente a livello di scavo prodotto da un coltello mobile. Questo tipo di macchina, negli anni adattato e modificato, ha seguito il lavoro del truciolo sino all’introduzione dell’automazione elettrica.
Lavorazione della treccia
La treccia, come la paglia, era fabbricata in misure diverse a seconda delle richieste del mercato. Esistevano due fondamentali tipi di treccia: quella corta (m.40/42) che richiedeva in media 4 ore di tempo e quella lunga (m.72) che esigeva dalle 6 alle 8 ore di lavoro. La treccia confezionata a San Martino in Rio era di un tipo solo, quella a 3 o 5 o 7 paglie (paglia larga).
San Martino in Rio, arrivo delle paglie per la confezione delle trecce, 1935 (AFM197)
Carpi, trecciaiole al lavoro, 1895 (AFM208)
Intervista a Danira Corradini
tratta da “Il Museo dell’Agricoltura e del Mondo Rurale. Testimonianze di vita e cultura del mondo agricolo reggiano dalla metà del secolo scorso alla meccanizzazione agricola”, un film di Mario Turci, prodotto da Fausto Montanari
Dal truciolo alla maglieria
L’industria del truciolo carpigiana entrò definitivamente in crisi nel secondo dopoguerra e venne sostituita dalla maglieria, nata sfruttando la capillare organizzazione del lavoro a domicilio presente sul territorio e nelle campagne limitrofe: le partitanti divennero gruppiste, il truciolo venne sostituito con la lana, il lavoro femminile continuò ad essere un mezzo per contribuire alle necessità della famiglia. Le donne acquistarono le macchine da maglieria per lavorare in casa; il lavoro era più redditizio rispetto al truciolo, che rimase appannaggio unicamente delle donne anziane.
Il tessile abbigliamento conobbe il proprio sviluppo durante gli anni del boom economico. Anche a San Martino in Rio il settore del tessile abbigliamento si diffuse, basti ricordare la maglieria Miss Deanna, trasferitasi nel 1971, e l’IcoTessile fondata nel 1962 dall’imprenditore Ivo Corradi e specializzata nella produzione e vendita di macchine da maglieria, esportate anche all’estero.
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