Le scope

La produzione delle scope era una delle attività “marginali” più diffuse nella pianura fino alla Seconda Guerra Mondiale ed era generalmente affidata ai braccianti e ai contadini. I braccianti si dedicavano a questa attività nei periodi liberi dal lavoro dei campi per arrotondare i loro miseri guadagni, i contadini invece confezionavano scope da usare nella casa o nell’aia. Le scope erano oggetto di scambio a livello locale e l’espansione del mercato era ostacolata dalla scarsa produzione di saggina dovuta alla bassa remunerazione del prodotto finito.

Fasi del lavoro:

Inizio della spaccatura del ramo di salice mediante le forbici da potare.

Spaccatura con il fasól.

Spianatura del ramo di salice spaccato con l’attrezzo applicato alla panca.

Inizia la legatura della mannella di saggina col ramo di salice spaccato.

Si infila la stécca dopo un giro e mezzo.

Si uniscono tre mannelle, l’una di fianco all’altra.

Si infila la gócia.

Si inizia la legatura che terrà unita la scopa.

Si completa la legatura.

Si tagliano i gambi interni eccedenti.

Si infila il manico al centro dei gambi tagliati, battendolo sul terreno.

Si procede con una legatura robusta per unire il manico alla scopa (fèr al stòmegg).

Girata la scopa, si uniscono in una mano le punte delle pannocchie della saggina e si pareggiano con le forbici da potare.

La fabbricazione tradizionale delle scope. Indagine condotta nella zona di S. Martino in Rio

Tolmino Beltrami durante le operazioni di fabbricazione di una scopa, 1979
Fotografie conservate presso il Centro di documentazione del Museo dell’Agricoltura e del Mondo Rurale.

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