L’arte molitoria
I contadini andavano al mulino a macinare due volte all’anno, qualche tempo dopo la trebbiatura e a gennaio-febbraio. Ognuno portava 8-10 q.li di grano perchè fino agli anni ’40 si producevano solo 7-8 q.li di grano per biolca (1 biolca = m² 2922). I grossi sacchi di tela (sac) da 1 q.le l’uno venivano trasportati al mulino col mulo o col somaro oppure su di un carro trainato da due mucche (barôs). Se si rendeva necessario lo stesso mugnaio andava a ritirarli presso la casa del contadino e riportava poi la farina.
Il contadino era sempre presente alla macinatura e controllava che gli venisse consegnata proprio la farina ricavata dal suo grano. All’arrivo il grano non subiva nessun trattamento, veniva pesato (bsê) versato uno staio (mina) per volta nel vaglio (vâl) che spesso era appeso con corde al soffitto e vagliato a mano (valtê). Quindi veniva rimesso nello staio e versato nella tramoggia per essere macinato.
Iniziata la macinazione il mugnaio annusava la farina per accertarsi che il grano non avesse malattie non visibili a occhio nudo, ma individuabili all’olfatto quali la murtèla (carie dei cereali). Palpava la farina per controllare che fosse macinata fina (tridèda fina), quindi regolava la velocità e la distanza delle macine tirandole o abbassandole fino ad ottenere lo spessore giusto. Per macinare un quintale di grano si impiegavano circa 40 minuti. Si produceva una farina integrale poco raffinata in quanto tutto il chicco di grano veniva schiacciato in modo uniforme, questa poteva essere conservata nei cassoni 3-4 mesi senza subire mutamenti (l’armagnìva férma).
Il mulino
Mulino è l’insieme delle macchine atte alla macinazione del grano e delle biade, e dell’edificio che lo ospita.
Le testimonianze storiche circa la presenza di mulini nel nostro territorio risalgono all’Xl secolo e riguardano esclusivamente mulini ad acqua. Le acque necessarie alla loro alimentazione furono garantite, fin dal XII secolo, da una serie di canali derivati dall’Enza, dal Secchia dal Tresinaro e dal Crostolo.
L’importanza fondamentale dell’attività molitoria, la difficoltà delle comunicazioni, la diminuzione dell’acqua in estate o il gelo dei torrenti d’inverno, fece sì che sorgessero mulini anche di piccole dimensioni e molto vicini tra di loro. Praticamente ogni frazione o nucleo abitato disponeva di un mulino.
I meccanismi che davano movimento alle macine erano costituiti da ruote idrauliche verticali, collocate esternamente sul fianco dell’edificio.
L’antica tecnica di macinazione non subì modifiche di rilievo fino ai primi del ‘900, quando l’evoluzione tecnologica introdusse le turbine in sostituzione della ruota di legno o i motori a scoppio per azionare le macine. L’innovazione sostanziale avvenne però con l’introduzione dei mulini a cilindri e dei macinatutto, che si diffusero nella zona tra le due guerre. Dei mulini presenti ancora su questo territorio molti hanno conservato la vecchia ubicazione vicino a un corso d’acqua, ma le strutture edilizie sono state nella maggior parte dei casi totalmente riplasmate. Qui si prendono in considerazione le attività molitorie così come avvenivano prima dell’introduzione dei mulini a cilindri, ma quando già erano in uso i motori per il movimento delle macine.
Immagine di San Martino d’Este e del suo mulino in una mappa del seicento (Mappario Estense, Territori, n. 238 – Archivio di Stato di Modena)
Ricostruzione del mulino all’interno del Museo. La tramoggia e la cassa sono originali; le macine sono ricostruzioni.
