Il vomere in pietra di un aratro primitivo
ritrovato a Prato di Correggio
Nel corso del restauro che ha interessato la Chiesa Parrocchiale di Prato, la Società Reggiana di Archeologia è stata coinvolta in ricerche condotte all’esterno del tempio, allo scopo di accertare quanto è documentato nel dipinto seicentesco posto dietro l’altare maggiore: l’esistenza di tracce di una torre appartenuta ad una struttura castellana medioevale.
Per merito di un gruppo di ricercatori volontari è stato possibile individuare, a fianco della chiesa, una robusta fondazione posta subito sotto la coltre erbosa. Sulla base della tipica muratura mista (sassi e mattoni) si è così potuto verificare l’origine alto-medioevale della primitiva costruzione.
Al piede della fondazione sono state scoperte alcune sepolture ad inumazione realizzate con mattoni romani di recupero.
Al livello delle tombe non appariva ancora raggiunto il terreno vergine, per cui veniva approfondito il sondaggio che portava ad un’importante scoperta: raggruppati in uno spazio ristretto, a circa m.1,70 sotto il livello del piano di calpestio giacevano alcuni frammenti di manufatti in pietra e in terracotta, tipici dell’Età del Bronzo. Fra gli oggetti in pietra figurano uno scalpellino, un affilatoio con evidenti segni d’uso e, infine, un grosso ciottolo oblungo, adattato dall’uomo mediante scheggiature multiple, spezzato ad un’estremità e non inquadrabile in tipologie già note.
Quest’ultimo oggetto doveva essere un primitivo attrezzo agricolo usato per lungo tempo e che non trova riscontri in zona padana.
Vari indizi hanno portato a considerarlo come possibile vomere litico di un antichissimo aratro. L’idea ha ricondotto alla memoria le immagini degli aratri “a chiodo” rappresentati nelle incisioni rupestri di Monte Bego e di Capo di Ponte in Val Camonica. I graffiti, anche se in forma molto stilizzata, ben riproducono il tipico aratro dell’Età del Bronzo.
Leggendo poi la ricerca condotta da un archeologo danese, specialista in archeologia agraria, è stato trovato un preciso riferimento che ha avvalorato l’idea illustrata dalla Società Reggiana d’Archeologia.
Al fine di documentare definitivamente l’attendibilità della proposta è sembrato indispensabile accertare la presenza di segni indicanti l’origine delle usure e le eventuali direzioni di moto del pezzo durante l’uso.
Con l’esame microscopico sono state individuate molteplici solcature parallele all’asse principale del reperto attestanti che ciottoli acuminati avevano scalfito, nel corso delle arature, la dura calcarenite appenninica.
E’ stata pure accertata una profonda ossidazione della superficie dello strumento, ossidazione giudicata dal petrologo dovuta alla permanenza nel terreno di parecchie migliaia d’anni. Questo dato conferma la cronologia attribuita sulla base delle caratteristiche tipologiche degli altri materiali associati: Antica Età del Bronzo (circa 1800 anni a.C.).
Il modello in dimensioni naturali realizzato dalla Società Reggiana d’Archeologia nel suo laboratorio, ed ora esposto nel nostro museo, costituisce un importante punto di partenza per lo sviluppo delle ricerche sulla primitiva agricoltura che queste recenti scoperte mostrano aver interessato anche il nostro territorio.
