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Storie di organici ricicli, dalla concimaia alla compostiera

Una mostra per raccontare la storia e le storie del rifiuto organico, alla ricerca delle buone pratiche del passato. Un viaggio attraverso le testimonianze materiali, fotografiche e orali del nostro passato e del nostro presente.

Il passato ci insegna sempre qualcosa: impariamo dai grandi fatti della Storia, ma molto possiamo apprendere anche dalle piccole storie quotidiane di chi il passato l’ha vissuto sulla propria pelle, come le storie di quel semplice mondo contadino raccontato dal nostro Museo, un passato recente eppure così lontano dal nostro quotidiano. Ma è davvero così lontano da noi?

Oggi si parla sempre di più di sostenibilità, economia circolare, di zero waste: creatività, innovazione e tematiche ambientali vanno sempre più a braccetto. Per fortuna! Eppure ci dimentichiamo quanto il nostro passato recente possa esserci d’esempio: chi meglio di un mezzadro dei primi del Novecento sa trasformare ogni scarto in risorsa, se trova dodici modi per utilizzare persino lo sterco bovino? Chi può insegnarci a non sprecare nemmeno una briciola se non una arzdora intenta a sfamare la sua numerosa famiglia? Non vogliamo certo dire che “si stava meglio quando si stava peggio”, ma dalla vita dei contadini di una volta possiamo imparare e fare nostre le buone pratiche del vivere sostenibile.

La mostra, nata grazie al contributo di Iren all’interno del progetto Museo della Sostenibilità, prova a raccontare proprio queste buone pratiche, mettendo a confronto le abitudini di ieri e quelle di oggi alla ricerca di nuovi spunti, con un occhio attento soprattutto ai temi della riduzione e del riutilizzo dei rifiuti organici per sensibilizzare ad una pratica ancora troppo poco diffusa: il compostaggio domestico (scopri il nostro corso di compostaggio online).

Storie di organici ricicli

Curiosità fuori mostra

In attesa di potervi ospitare di nuovo tra le nostre sale e inaugurare il nostro allestimento insieme a voi abbiamo pensato di accompagnarvi, incuriosirvi e coinvolgervi in un viaggio alla scoperta del riciclo, di una volta e di oggi, delle tradizioni e di una cucina fatta di semplicità, necessità e ingegno.

Un contenuto a settimana vi aspetta qui e sulla nostra pagina Facebook! Pronti?!?

Una cucina ricca… di avanzi

Lo sappiamo, di cucina si parla ovunque! Ricette fioccano sui social e in libreria, e ce n’è per tutti i gusti: dal vegano alla cucina asiatica, dai piatti tradizionali alle ricette salutiste. Ragù, torte al cioccolato, arrosti, sughi e sughetti: non avete già l’acquolina in bocca?!?

Eppure noi vogliamo raccontarvi un’altra storia: quella della buccia di patata, delle foglie di insalata un po’ appassite, delle croste di formaggio e del pane indurito; insomma, vogliamo provare a raccontarvi la ricchezza del cibo dimenticato, la varietà di una cucina degli avanzi!

Briciole di pane

Il pane, che buono! Pensate che questo alimento accompagna la storia dell’uomo da almeno 10.000 anni, da quando abbiamo cominciato a coltivare i cereali, anzi un po’ prima… eppure sembra pian piano scomparire dalle nostre tavole! Che fine ha fatto il pane, quello del forno ancora caldo o impastato dalle abili mani della nonna?!? 

Ma facciamo un passo indietro: chi è stato il primo ad inventare questo gustoso alimento? Sembra che tutto sia iniziato con gli Egizi, che per primi sperimentarono forme di lievitazione del pane; prima di scoprire i benefici della lievitazione, però, acqua e farina erano già stati mescolati e impastati: cotte su pietre roventi prendevano forma le prime “piadine” della storia!

Immagini e reperti ci aiutano a ricostruire la storia del pane: sì, proprio reperti, come il pane carbonizzato trovato a Pompei, vecchio di quasi duemila anni! (no, questo non si mangia… va bene che parliamo di cucina degli avanzi, ma non esageriamo!!!) 

Pane carbonizzato ritrovato a Pompei, 79 d.C.

Il pane è sempre stato al primo posto nelle strategie economiche (fondamentale, nel Medioevo, era il controllo dei mulini e di conseguenza della macinazione del grano), è stato santificato dalla religione e scelto come bandiera di molte storiche sommosse popolari (il marchese Livio Cerini scrive: “non si è mai saputo che sia scoppiata una rivoluzione per un ragù, ma sempre per il pane”).

Mulino, collezione Museo dell’agricoltura e del Mondo Rurale

Insomma, il pane è “il re della mensa”, frutto di una lunga lavorazione che partiva proprio dal campo, di preoccupazioni sulla sorte del raccolto e di una preparazione domestica di grande valore ed esperienza: le arzdore mettevano le mani in pasta e trasformavano con la forza dell’esperienza (e delle braccia) farina e acqua in un cibo semplice e prelibato. 

Cesta per il pane, collezione Museo dell’agricoltura e del Mondo Rurale

Ad ognuno il suo pane: il pane bianco era esclusiva delle famiglie benestanti, mentre contadini e braccianti impastavano una farina ricca di crusca, molto più nutriente (anche la crusca setacciata non veniva comunque gettata via, anzi diventava un ottimo alimento per il bestiame). Integrale o no, il pane appena sfornato era talmente buono che veniva conservato chiuso a chiave nella camera dell’arzdora e consumato solo alcuni giorni dopo, per evitare che se ne mangiasse troppo: il cibo era poco e certo non ci si poteva abbuffare, figurarsi gettare via il cibo vecchio… ecco allora che anche il pane raffermo diventava un fondamentale ingrediente per zuppe e gnocchi, anzi era l’ingrediente principale di una tradizionale ricetta: la paneda!

>>> Scopri come cucinare la paneda (e altre interessanti ricette) nel Ricettario degli avanzi di Iren

Pane pane… che ne dite di farlo tornare sulle nostre tavole? Di mettere anche noi le mani in pasta e sperimentare qualche ricetta? E se avete poco tempo noi vi consigliamo di mettervi alla prova con semplici impasti di acqua e farina da cuocere in padella: facili, veloci e gustosi!

Biblio-sitografia:

“Il fascino della memoria”, Sergio Gabbi (Grafitalia, 2003);

Enciclopedia Treccani online (www.treccani.it)

Un Natale di magici… avanzi

Natale è sempre più vicino, le luci si accendono e cominciano a comparire le prime decorazioni, il calendario dell’avvento sta per cominciare (e a tal proposito, seguiteci sulla nostra pagina facebook!): non potevamo che concederci un’atmosfera magica a tema per questa nuova curiosità fuori mostra.

E così sia: oggi vi raccontiamo il Natale.

Cartolina dalla fototeca della Biblioteca Panizzi, 1917

No, non stiamo parlando delle tradizionali ricette delle feste, quando ci si concedeva qualche gustoso manicaretto, e nemmeno della spongata sanmartinese, non delle decorazioni fatte a mano (perchè non c’erano abbastanza soldi per comprarle e al massimo si acquistava qualche arancia da appendere ad un ramo decorato) o delle cerimonie religiose… questo pomeriggio vi invitiamo a seguirci all’alba del giorno di Natale.

Il ceppo di Natale brucia ancora nel camino, rimasto acceso tutta la notte: il suo compito è allontanare il demonio e accogliere Gesù bambino; per la prima volta in tutto l’anno la casa è calda già alle prime luci del mattino e, inaspettatamente, la tavola è rimasta apparecchiata e gli avanzi giacciono sulla tovaglia della festa.

E sono proprio loro, gli avanzi della cena, il nostro tema di oggi: gli avanzi più importanti dell’anno, perchè non solo il cibo non si sprecava mai ma la notte di Natale, lasciati sulla tavola e illuminati dal ceppo, i resti della cena raccoglievano un po’ di magia natalizia. 

Foto dall’archivio fotografico del Museo, 1955 ca.

Il pane di Natale non ammuffiva mai e veniva conservato per gli ammalati o per preparare una zuppa propiziatrice per le partorienti; l’olio era ottimo contro le ustioni, il burro per curare mal di gola e ferite e l’aceto era utile per curare abrasioni e screpolature… insomma, la notte di Natale dava vita ad una ricca farmacia… degli avanzi!!!

Anche il vino acquistava poteri taumaturgici, ma soprattutto propiziatori per la produzione dell’anno seguente: ecco allora il capofamiglia intento a spruzzare il vino avanzato nelle botti conservate in cantina e sulle viti.

Nemmeno le briciole di pane andavano sprecate, diventando un ottimo pranzo per far crescere più forti i pulcini! 

Tradizioni da cui prendere spunto: no, non parliamo dei poteri taumaturgici e delle credenze popolari (anche se un pizzico di magia a volte non guasta…), ma del rispetto e della consapevolezza del valore del cibo sulle nostre tavole. L’immagine delle nostre tavole natalizie è ben diversa: cenoni con ricche portate, prodotti non proprio a km 0, dolci di tutti i tipi, abbuffate e cibo avanzato in quantità così grandi che spesso ci accompagna per giorni finchè gli ultimi avanzi finiscono nel bidone; per non parlare di panettone e pandoro: cominciamo ad acquistarli sempre prima (del resto sono lì che ci osservano dagli scaffali e sembrano così gustosi!), poi arrivano quelli gastronomici, il regalo di un ospite e ad ogni pranzo apriamo una nuova confezione perchè si sa non sta bene offrire un dolce già iniziato…

Allora vi sfidiamo ad un Natale più sostenibile, senza rinunciare al gusto e alla gioia di un ottimo pasto: dalle doggy bag di avanzi da lasciar agli ospiti, alla ricerca di ricette per riutilizzare i panettoni avanzati; perchè non donare i dolci rimasti ancora confezionati (non vorrete mangiare panettone fino a Pasqua!) a qualche associazione benefica o portare il pane avanzato ai canili?

Bibliografia:

“In cucina non si buttava niente”, Sara Prati/Claudia Rinaldi (Edizioni CDL, 2016)

“Il Natale nella tradizione popolare reggiana”, Mario Mazzaperlini (Bizzocchi, 2005)

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